Con le mani in pasta in una storia a cui dare del “lei”

Ultima modifica: 12/06/2019

Un mestiere noioso e ripetitivo. Soprattutto, un mestiere tipicamente maschile. Se è tutta qui l’immagine che avete della professione di panificatore, preparatevi ad essere smentiti. C’è un team di donne che, messi da parte titoli accademici e carriere più tradizionali, ha scelto di fare dell’ “arte bianca” il proprio “pane quotidiano”. E ogni giorno, coraggiosamente, con il loro lavoro fanno rinascere una tradizione antica e molto femminile.

«Le donne della mia famiglia hanno sempre fatto il pane. Era un modo per stare insieme, parte delle relazioni di famiglia. Ho scelto questa professione sulla scia di questo ricordo»: a raccontarlo è Irene Calamante, titolare Cuore di Pane Bio, a Cabella Ligure (Alessandria). Circa tre anni fa, Irene ha lasciato il suo lavoro come educatrice professionali perché, come dice: «avevo bisogno di ritrovare una parte di quella femminilità, di riscoprirne il significato in una pratica che per me rappresenta oggi più di una professione». La scelta di Irene intreccia con doppio filo la tradizione familiare e la riscoperta del territorio in cui ha scelto di lavorare. «Non aveva senso avviare questa attività in città, – conferma. – Volevo fare il pane di una volta, così come mi è stato insegnato dalle donne della mia famiglia. Non potevo dunque che scegliere un luogo in cui si coltiva il grano di una volta». Irene arriva a Cabella come una “straniera” e decide di far nascere la sua attività laddove sorge l’antico forno del piccolo comune piemontese. «È un luogo spostato dal centro. Per arrivare occorre fare una lunga scalinata. C’è chi diceva che non sarebbe venuto nessuno ed invece uno dei primi è stato un signore di 87 anni che, aperta la porta, ha chiesto “è qui che si fa il pane come una volta?”». Da allora, in tanti hanno varcato la soglia del forno di Irene alla ricerca di sapori che si sono persi nel tempo. «Per me non è solo un’attività economica. È un’impresa che ha un significato. Mi ha aperto un mondo di relazioni, non solo con i consumatori, ma anche con gli agricoltori. Voglio mantenere viva l’attività senza scendere a compromessi con le motivazioni ed i valori con cui l’ho creata con l’idea che possa contribuire a far rivivere il territorio».

Non solo nella famiglia di Irene Calamante “fare il pane” è un’attività tradizionalmente femminile. «In Sicilia, è sempre stato un compito delegato alle donne, le quali per anni (ed in molti contesti fuori città è ancora così) lo hanno fatto una volta alla settimana, passandosi a turno la “madre” per impastare», conferma Valeria Messina, titolare di Forno Biancuccia a Catania. Non è però il desiderio di seguire la tradizione ad aver spinto Valeria a lasciare un posto fisso da legale in azienda per aprire, ormai più di un anno fa, il suo forno. «Cercavo un buon pane da dare alle mie bambine, – ricorda. – Siccome non riuscivo a trovarlo, ho iniziato a farlo io, così come lo volevo, cioé con grani nostri e lievito madre». Inizialmente, però, le cose non vanno benissimo. «I primi risultati sono stati disastrosi, – ammette candidamente. – Con testardaggine, seguendo corsi, blog, continuando a sperimentare, ho iniziato a capirci qualcosa». Il pane di Valeria conquista pian piano parenti ed amici. «Ho iniziato a pensare che potevo fare qualcos’altro di questa mia passione. Mi sono presa un anno di aspettativa, al termine del quale ho dato le dimissioni». Supportata in tutto e per tutto dal marito Sergio, Valeria inizia così a “modellare” il suo progetto. Nasce così Forno Biancuccia, in onore di Bianca, nonna di Sergio, che era stata direttrice dell’Associazione sperimentale di granicoltura in Sicilia. «Non ne avevo idea, ma l’ho visto come un segno del destino, – indica Valeria Messina, che poi aggiunge: – questo è un mestiere faticoso, che devi fare con passione e, come ogni attività imprenditoriale, porta ad avere dubbi e preoccupazioni. Avere consapevolezza di preparare qualcosa che dà nutrimento e se è buono anche meglio, però, mi fa stare bene». E non è tutto. «Lavorano con me quattro persone e mezzo. Pensare che questo forno faccia vivere meglio alcune persone, di cui due arrivate in Italia attraversando deserto e mare, mi riempie il cuore di gioia».

Per Laura Cavallo, titolare del laboratorio Dipinti di Pane, aperto sette mesi fa a Collegno (Torino), la passione per il pane è stata una “via di fuga”: «lavoravo da 17 anni in Comune, era arrivato il momento di cambiare». La passione per la panificazione nasce per puro caso. «Un’estate di cinque anni fa, ho provato a fare il lievito madre semplicemente documentandomi su Internet. Mi hanno poi regalato un corso da amatore, al termine del quale però avevo perso le mie poche certezze». Non per questo Laura si arrende. Anzi. «Ho continuato a studiare e mi sono avvicinata con cautela al mondo dei professionisti. Tuttavia, nemmeno io credevo allora che questa potesse divenire più di una passione». Invece, così è stato. «Sono una persona concreta, ma anche fatalista. Le cose che mi sono accadute nel momento in cui ho iniziato a pensare a questo progetto mi hanno convinto che ero sulla strada giusta». Persino la scelta del locale è un inequivocabile segno del destino: «è il posto ad aver trovato me, – scherza Laura. – Il laboratorio è esattamente sotto casa mia. E quindi, da un certo punto di vista, ho anche migliorato la qualità della mia vita famigliare». Non è però tutto “rose e fiori”: «un laboratorio come questo non è uno scherzo e a fare il pane non si impara in un giorno. Mi sono buttata con determinazione per costruirmi un’esperienza che non avevo e definire una routine. La cosa bella, però, è che ogni giorno non è mai uguale al precedente. Inoltre, sento, di aver raggiunto il mio obiettivo in un tempo che non mi sarei aspettata: volevo riuscire a vivere di questo lavoro, ma anche riportare il pane nel quotidiano delle persone. In fondo, non desidero altro se non essere nella vita di tutti i giorni della gente che compra il mio pane».

«Sono una panettiera “anomala”, – esordisce, invece, Laura Cardellino, titolare di Laura’s Bakery a Villadeati (Alessandria). – Nasco psicoterapeuta ed è quello che ho fatto fino a poco tempo fa». Nella vita di Laura le “rivoluzioni” non sono una novità. «La prima è stata quando, anni fa, con mio marito abbiamo scelto di lasciare la città per venire a vivere in un piccolo comune di campagna». Ed è proprio in questo piccolo comune che, circa un anno fa, Laura Cardellino ha avviato la sua micro impresa alimentare domestica. «Il mio è un laboratorio-punto vendita. Lavoro principalmente su ordinazione. Faccio il pane due o tre volte a settimana». La scelta coraggiosa di cambiare vita professionale è arrivata però non solo seguendo la passione, ma dopo un’attenta riflessione: «viaggiavo molto e questa è stata anche una soluzione di comodo per la gestione dalla mia famiglia. Inoltre, io e mio marito avevamo sempre sognato di fare qualcosa nella nostra casa». Laura Cardellino studia e mette in pratica, facendo il pane per la famiglia, gli amici e gli amici degli amici. «Mi hanno fatto tutti credere che potessi farlo veramente, – dice scherzando. – C’era anche il fatto che il nostro comune non aveva più un panettiere». Detto fatto: nasce Laura’s Bakery.

Le difficoltà quotidiane non sono poche, ma la soddisfazione ricompensa Laura di ogni sforzo. «Conciliare famiglia e lavoro (sto anche aprendo un B&B orientato al turismo enogastronomico), stare tante ore in solitudine, per me poi che ero abituata a parlare tutto il giorno con le persone, non è sempre facile. Certi giorni mi chiedo “ma chi me lo ha fatto fare?”. Ho, però, scoperto il piacere di fare una cosa manuale, lavorare una materia prima semplice, che si trasforma tra le mie dita. La manipolazione è ciò che mi rende più felice. Quando realizzo un impasto difficile, che all’inizio mi veniva un disastro, e riuscire a ripeterlo… mi piace tutte le volte».

Avere le “mani in pasta” è anche la gioia più grande di Francesca Casci Ceccacci, titolare di Pandefrà a Senigallia (Ancona). Ed è così da lungo tempo: «quando ero piccola non stavo mai ferma e mia nonna mi faceva impastare per tenermi tranquilla», ricorda. Nonostante la passione dirompente per il cibo e la manipolazione della pasta, Francesca segue inizialmente un’altra strada: «Mi sono laureata in Giurisprudenza. Ho preso un master come responsabile della qualità e per cinque anni ho lavorato in un’azienda di Torino». Il lavoro le piace, ma Francesca sente che qualcosa le manca. «Nel 2015, sono tornata a vivere a Senigallia ed ho iniziato a lavorare per un’azienda agricola che aveva un piccolo laboratorio di panificazione». Tanto basta a risvegliare la passione dell’infanzia e, dopo tre anni, Francesca decide quindi di aprire un suo laboratorio. «Ho trovato nel pane una combinazione di tutto ciò che amo. È una cosa che mi viene spontanea: pensare al gusto che avrà il mio prodotto ed immaginarlo. E poi vedere la soddisfazione nelle persone che lo mangiano! Per me è il massimo. Sono molto determinata e convinta della corsa che ho iniziato e voglio andare dritta fino all’obiettivo». Quale? «Fare di questa attività un punto di riferimento, almeno nella mia città, per chi cerca il pane fatto in un certo modo».

di Nicoletta Ferrini