Alla ricerca dell’agricoltura “migliore”, anzi no…  di quella più sostenibile

Ultima modifica: 10/07/2019

Alla ricerca dell’agricoltura “migliore”, anzi no…  di quella più sostenibile. Questo è stato il messaggio di apertura dell’incontro con gli Agricoltori della filiera ViVa, svolto lo scorso mese, per dibattere e affrontare temi come produzione, qualità e sostenibilità dei sistemi cerealicoli del Nord-Ovest.

“Che vinca il migliore!”, si dice. Nella battaglia per stabilire quale possa essere il miglior tipo di agricoltura da portare in campo, però, non vince nessuno. O meglio, vincono tutti. «Non esiste un sistema che possa essere definito “il migliore” in assoluto», afferma Sergio Saia del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e analisi dell’economia agraria) e docente di Orticoltura presso l’Università Politecnica delle Marche, il quale si dichiara “laico” rispetto ai diversi sistemi: biologico, convenzionale, integrato, lavorazione ridotta e semina diretta, e così via. «L’obiettivo da perseguire, – chiarisce Saia – è ottenere un sistema sostenibile, capace cioè di garantire una buona produzione agricola, quantitativamente costante e qualitativamente soddisfacente, riducendo o minimizzando i connessi rischi ambientali ed economici e tutelando l’agricoltore».

Soisson 2019 – Filiera ViVa

Agricoltura sostenibile”, come sottolineato da Saia, non è necessariamente sinonimo di “agricoltura biologica”. Esistono sistemi biologici meno sostenibili di sistemi non biologici e viceversa.  «Una sperimentazione recentemente realizzata in Puglia ha analizzato l’impatto ambientale della coltivazione di frumento secondo cinque differenti sistemi, tra cui anche il biologico. – illustra Sergio Saia – e lo ha raffrontato sia all’unità di superficie, sia di resa, sia di tenore proteico, un importante parametro qualitativo del frumento. È emerso che l’impatto di ciascun sistema è diverso a seconda delle voci di impatto prese in considerazione. Il metodo biologico, ad esempio, non sempre impatta meno del convenzionale: è un’affermazione che può valere osservando alcuni parametri, ma non altri. Prendendo in considerazioni differenti colture (ad esempio, mais, riso, soia, colture arboree, ortive) e condizioni (un ambiente freddo, di pianura, di montagna e così via), i risultati potrebbero essere ancora diversi. È la conferma che per limitare l’impatto ambientale di un territorio, ogni sistema agricolo può ben integrarsi e non esiste un sistema migliore o uno che impatta più di altri. Va sottolineato che gli impatti ambientali di un territorio non dipendono solamente dall’agricoltura, ma anche da tanti altri comparti, come l’industria, le infrastrutture, i trasporti, i riscaldamenti domestici, etc. L’agricoltura, producendo biomassa grazie alla fotosintesi, contribuisce sempre a ridurre gli impatti territoriali perché comporta una sottrazione di anidride carbonica dall’atmosfera. Ancorché tale sottrazione è talvolta solo temporanea».

Filiera ViVa – Trebbiatura 2019

Piuttosto che indicare una preferenza di coltivazione, i dati suggeriscono alcune tendenze: la “semina diretta” (detta anche “semina su sodo”, “NoTill”, “sod seeding”, o “direct drilling”) mostra tendenzialmente buoni risultati in termini di impatto per unità di resa e superficie. La semina diretta è uno dei pilastri dell’agricoltura conservativa, che prevede la riduzione delle lavorazioni del terreno, la sua copertura più a lungo possibile con materiali vegetali preferibilmente vivi e le rotazioni. Queste tre tecniche consentono di mantenere la fertilità del terreno e la sua produttività. «La semina diretta può sembrare inutile o svantaggiosa, ma può generare diversi vantaggi, – sottolinea Saia, che quindi spiega: – il costo viene ampiamente recuperato con incrementi di resa o riduzioni di spesa. Ciò può comportare maggiori guadagni del 10-20%. I risultati di moltissime sperimentazioni indicano inoltre un aumento della resa e sua stabilità grazie alle tecniche di agricoltura conservativa». In funzione della coltura, il risultato economico può tuttavia dipendere anche da altri fattori quali concimazione, irrigazione e gestione degli stress. Tali tecniche non devono infatti rimanere le stesse quando si passa da un sistema basato sulle lavorazioni, senza colture di copertura e senza rotazione all’agricoltura conservativa, ma devono essere adattate al nuovo sistema. Ad ogni modo, spesso bastano pochi accorgimenti per passare a sistemi di agricoltura conservativa. «Perseguire un obiettivo di sostenibilità non significa evitare le concimazioni o non utilizzare i principi attivi, ma regolarle secondo l’ambiente e la coltura al fine di aumentare l’unità di prodotto ottenuto a parità d’impatto esercitato, – conclude Sergio Saia. – Uno dei prerequisiti della sostenibilità, inoltre, è ridurre la superficie coltivata in favore di quella non coltivata. Gli usi diversi da quelli agricoli, come boschi e parchi naturali, possono infatti fornire servizi eco sistemici come il mantenimento della biodiversità, la produzione di ossigeno, la riduzione dell’inquinamento e dell’erosione a scala territoriale. Tali benefici sono molto più importanti quando forniti dagli usi naturali del suolo rispetto agli usi agricoli, ma per fare ciò è necessario che la superficie coltivata produca al punto da fornire la quantità di prodotto necessario per tutti ai termini qualitativi desiderati».